Giuliana Genta








GIULIANA GENTA ARCHITETTO
 
Giuliana Genta (1922-2005) è una delle prime donne a laurearsi in Architettura alla facoltà di Roma nel 1946. La sua professione è caratterizzata dalla lunga esperienza all'interno dell'INA Casa, iniziata nel 1950, dove è stata chiamata da Arnaldo Foschini e dove ha collaborato con Adalberto Libera. E' stato l'incontro con quest'ultimo ad essere fondamentale per Giuliana che lavorerà, tra gli altri, al progetto dell'unità di abitazione orizzontale al quartiere Tuscolano e da lui imparerà l'attenzione per il particolare, la cure del dttaglio, elementi che, fatti propri, cono caratteristici del suo progettare. Ha avuto studio in Roma con Silvano Panzarasa.
 
I disegni dei progetti dell'architetto Giuliana Genta sono stati donati dall'Archivio Centrale dello Stato attraverso Luisa Montevecchi e Leda Diodovich. La Soprintendenza Archivistica del Lazio tramite Lucia Principe e Elisabetta Reale ne é stata fautrice. Antonella Greco e Gaia Remiddi dell'Osservatorio sul moderno a Roma del Dipartimento di Architettura dell'Università di Roma "La Sapienza", hanno promosso l'ordinamento dei materiali curato da Patrizia Capolino ed Emma Tagliacollo.
 
Sono usciti di recente: "Una lezione di progettazione", in AR, n. 62, 2005 e P. Capolino, E. Taglacollo "Giuliana Genta: imparare con Libera" in Controspazio, n. 116, 2005.
 
UNA LEZIONE DI PROGETTAZIONE DI GIULIANA GENTA
Giorni fa sono tornata dopo tanti anni a rivedere l'Unità Orizzontale di cui stiamo parlando, che fa parte del quartiere INA Casa realizzato oltre cinquanta anni fa lungo la via Tuscolana, allora quasi in aperta campagna. Ma ho temuto per un lungo momento di non riuscire a ritrovarla, disorientata dalla uniforme immensità edilizia che ha colmato quella periferia, come d'altra parte tutte le periferie della città. Finché in uno scorcio sulla destra ho ritrovato senza esitazione e con vero sollievo una ISOLA caratterizzata da edifici diversi - seppure delle stesse dimensioni della massa intorno - intervalli umani, spazi verdi e percorsi gradevoli: era il quartiere che ben conoscevo fin dalla sua fase progettuale, il quartiere poi realizzato secondo il Piano INA Casa -o Piano Fanfani-, dal suo ideatore.
Di questo piano si è molto parlato e scritto tanto sotto il profilo economico e sociale quanto sotto quello, inconfondibile, architettonico. Piano che ha trovato la sua realizzazione lungo i quattordici anni previsti dallo stesso e nei successivi dieci anni fino alla liquidazione dell'ente, lasciando chiare e inconfondibili tracce in numerose periferie cittadine di tutta Italia.
Io ho avuto la ventura di vedere ancora in fase di progetto il Tuscolano e tanti latri quartieri, piccoli e grandi complessi, singoli edifici perché ero entrata a far parte dell'ente appena formato e mi occupavo di istruire le pratiche di progetto che una apposita commissione avrebbe esaminato per l'approvazione o per suggerire modifiche o anche per una completa rielaborazione, cosa che si faceva d'ufficio e di cui mi occupavo personalmente.
Nelle due immagini conservate da allora ritrovo l'ambiente improvvisato e disinvolto in cui si lavorava insieme a giovani e giovanissimi collaboratori.
Chi riuscì allora a introdurre nuove norme e indirizzi per una progettazione adeguata agli intenti del piano fu Adalberto Libera che, insieme al Biliotti qui presente e all'amico collega Silvano Panzarasa, mi invitò a collaborare alla stesura di cellule tipo che avrebbero fornito la guida per la progettazione di ogni tipo edilizio a tutti i progettisti.
Da questi studi nacque anche quell'unità che andò a completare il quartiere già iniziato e lo concluse nelle striscia pianeggiante, rispettando però la veduta del profilo del vicino acquedotto romano.
È questo forse l'aspetto che intuii allora e che ancora riconosco e apprezzo: questo annullamento e appiattimento dei volumi nel rispetto dell’ambiente del tutto particolare, pur riuscendo a completare il quartiere con notevole apporto di alloggi e vani.
Scherzosamente noi la battezzammo "la casa muffa". Bruno Zevi la definì invece "il grattacielo sdraiato".
In asse alla strada di spina del quartiere il bell’arco invita ad entrare nell'ampio spazio verde.
E qui, invece di tanti ingressi scala ritmati e tante finestre e balconi, nel bel muro sagomato che lo delimita, i piccoli cancelli danno accesso alle stradine. Non scale e pianerottoli, ma un facile percorso in piano per trovare la porta di casa ed anche una panchina dove appoggiare i pacchi e fare quattro chiacchere col vicino.
Sono dieci porte, cioè dieci alloggi, come in una casa di cinque piani.
Non c'è il balcone, è ovvio, ma ogni alloggio ha un suo spazio aperto ben più ampio e godibile di qualsiasi loggia o balcone che il più delle volte si affaccia su una stradina trafficata: è il patio formato dalle L degli alloggi.
Ancora oggi ricordo con quale entusiasmo ci impegnammo a comporre le cellule tipo già studiate per ottenere la trama d'insieme e disegnare i brevi prospetti componendo i pochi elementi - porte e finestre - sotto le leggere ondulazioni dei profili delle coperture.
Purtroppo, vista dall'alto, la bella ondulazione delle coperture, all'origine scandita dalle fasce regolari del materiale coprente, è stata nel tempo alterata per necessari, ma poco attenti e rispettosi lavori di manutenzione. Così i cortiletti inevitabilmente hanno subito nel tempo utilizzazioni ingombranti e poco estetiche.
Tutto ciò si vede dalla casa alta che si incunea (quanto opportunamente?) in un angolo della trama.
È questo edificio di tre piani, oltre il terreno a portico, che denuncia i più dolorosi degradi: dagli scarichi impietosamente sbucati sotto il portico, alla scala prepotentemente manomessa, alla facciata posteriore - così elegantemente disegnata - oggi deturpata da tutti quegli elementi ritenuti al giorno d'oggi indispensabili al benessere dell'uomo moderno.
 

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