Le Interviste

  1. Marzia Tomasin
  2. Manfredi Calabrò
  3. Florindo Rubettino
  4. Gianfranco Gentile
  5. Daniela Brignone
  6. Marco Montemaggi
  7. Tiziana Sartori e Stefano Russo
  8. Massimo Orlandini
  9. Noell Maggini
  10. Alessandro Carlorosi
  11. Valentina Barbieri e Luca Borghini
  12. Massimo Gatta
  13. Elisa Fulco
  14. Eleonora Calavalle
  15. Antonio Alunni
  16. Ascanio Balbo di Vinadio
  17. Antonio Felice Uricchio
  18. Fabio Lucidi

 

 

 

Una meta-missione per l’Università

Intervista al Prorettore Fabio Lucidi

a cura di Paolo Brescia

 

Il Prof. Fabio Lucidi, Prorettore alla Quarta Missione ed ai rapporti con la comunità studentesca, ha risposto ad alcune domande sulle missioni emergenti dell’università e sul percorso che ha portato Sapienza a dedicare un Prorettorato alla Quarta Missione. L’intervista si inserisce nel contesto di uno studio sull’impatto sociale delle istituzioni accademiche in Italia e in ambito europeo, promosso dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale e recentemente presentato all’ECREA Conference 2023 di Lisbona The normative imperative: socio-political challenges of strategic and organisational communication.

La ricerca, tutt’oggi in corso, è curata dalla coordinatrice di BiblHuB, prof.ssa Valentina Martino, insieme a Lucia D’Ambrosi, professoressa associata, e Paolo Brescia, dottorando del CoRiS.

Di seguito la trascrizione dell’intervista, condotta da Paolo Brescia il 30 marzo 2023.

 

 

Prof. Lucidi, in cosa consiste il suo ruolo in Ateneo e da quanto lo ricopre? Ha avuto altri incarichi di governo in passato? La sua esperienza e formazione accademica sono coerenti alla delega che ha assunto?

 

Il 1° novembre del 2022 ho terminato il mio incarico di Preside della Facoltà di Medicina e Psicologia, e qualche giorno dopo la Magnifica Rettrice mi ha affidato  l’incarico di prorettore alla Quarta Missione ed ai rapporti con la comunità studentesca.

Ho una formazione in Psicologia, i miei interessi di ricerca riguardano prevalentemente la Psicometria. Sono particolarmente interessato alla valutazione dei predittori del comportamento umano, cercando di valutare come questo sia legato a processi di autoregolamentazione e a sistemi di vincoli, e alla necessità di misurarli. Inoltre sono interessato a capire come le differenze individuali si trasformano in sistemi che non necessariamente si associano solo ad opportunità o a vantaggi. Partendo anche da queste basi, in Ateneo abbiamo creato prima un Comitato tecnico scientifico, su “Diversità e principi dell’inclusione”, grazie alla consapevolezza della ricchezza della comunità eterogenea di Sapienza, le cui differenze non devono diventare disuguaglianze.

Si tratta di un’operazione che è semplice a dirsi ma complicata a monitorarsi, perchè già è complesso tenere il sistema, con 5 mila docenti e altrettanto personale, 120 mila studenti. Se è difficile mappare le differenze, è ancora più difficile valutare le volte in cui queste differenze diventano disuguaglianze. Alcune differenze sono codificate (salute, genere, differenze di background migratorio, status socio economico), mentre altre non lo sono affatto (differenze per condizioni familiari e individuali di partenza, possesso di sistemi di requisiti che determinano probabilità differenti di successo accademico, ecc.). Un’Università come Sapienza intende dare a chiunque i sistemi di competenze necessari per un percorso universitario di successo, per un motivo di vantaggio sociale. In un paese come il nostro, che ha un basso tasso di laureati, abbiamo bisogno di facilitare il successo accademico, posto che esso si associ a impegno dei singoli e disponibilità a colmare le lacune di base. 

 

Alla Sapienza, l’incarico che le è stato conferito è valorizzato a sufficienza? Con quali organi di governo si relaziona maggiormente nella funzione del suo mandato? Partecipa alla stesura del Piano strategico?

 

Il mandato della Magnifica Rettrice Polimeni si è caratterizzato per l'attenzione alla Quarta missione. Il tema non ha un vocabolario condiviso, ma è una locuzione che la Rettrice ha introdotto nella sua prima prolusione all’inizio del mandato, definendo come Quarta Missione delle università, in particolare di Sapienza, quella di fare in modo che qualunque diversità si associ al valore e non alle disuguaglianze.

Da quella prolusione c’è stata una serie di passi per arrivare ad un Prorettorato: il primo - come dicevo - è stato la costruzione di un comitato tecnico-scientifico, con lo scopo di garantire una massa critica a supporto dell’azione strategica. La Quarta Missione non è autonoma, né può entrare nello spazio di segmentazione delle altre missioni: è una “meta-missione”. Posso fare a tal proposito degli esempi di Quarta Missione: il counseling, i counseling sanitari “Sapienza Salute”, la didattica inclusiva, le relazioni con Prorettorato all’internazionalizzazione, i corridoi umanitari. La Quarta Missione è trasversale a vari ambiti. C’è un piano di ricerca; c’è un tema di legge; c’è un tema economico; c’è un piano pedagogico, ci sono elementi di tutela della salute, architettonici (le barriere per esempio), c’è un piano delle scienze (la genetica), uno delle ingegnerie (le nuove tecnologie per abbattere le differenze), uno della comunicazione (per comunicare le differenze individuali in modo efficace). Il tutto si fa per intercettare didattica e ricerca. Questo è il nostro lavoro.

Per quanto riguarda il piano strategico, non ho collaborato direttamente perché la delega è arrivata post-piano strategico. Tuttavia, sì, ho collaborato sostanzialmente, perché l’ateneo nel suo Piano più volte cita la Quarta Missione quale elemento condiviso da tutta la governance, inserendo dunque il tema ancora prima di nominare effettivamente il Prorettore.

 

Quali sono le linee strategiche di sviluppo e gli obiettivi principali della Terza Missione? Mentre, la Quarta Missione è stata istituzionalizzata in Sapienza?

 

L’istituzione di un Prorettorato e non solo di una delega: credo che istituzionalizzare la Quarta Missione sia stata un’iniziativa innovativa dell’Ateneo. Anche il tema della linea strategica - l’ho accennato prima - è fondamentale: si mira così a unificare le politiche di inclusione in un quadro unitario. Non facciamo lavori separati, uno sul benessere, uno sulla disabilità, uno sulle opportunità economiche etc.; mettiamo insieme gli ambiti in un unico percorso, trasformandoli in una azione comune, sia di ricerca che di didattica. 

Quali sono i principali aspetti di continuità tra la Terza e la Quarta Missione universitaria? E quali, invece, i principali aspetti di distinzione?

 

La Terza fa riferimento sostanzialmente a un tema che si differenzia tra ricerca e didattica, e guarda al contesto territoriale esterno alle università, la Quarta è trasversale a tutte e guarda con prevalenza alla stessa comunità Sapienza, perché il primo contesto dove le differenze non devono diventare disuguaglianze è proprio il nostro. Su questo penso anche che le mie due deleghe siano molto coerenti tra loro. I principi su cui si fonda sono l’equità (che non vuol dire uguaglianza, ma rispetto delle differenze) e l’inclusione. 

 

Quali sono, nella sua visione, le maggiori sfide che gli Atenei italiani sono chiamati ad affrontare nell’esercizio della Terza e Quarta Missione? Quali le maggiori opportunità e difficoltà per gli atenei?

 

La prima sfida che gli atenei italiani devono affrontare è quella della denatalità: con un così basso livello nel numero degli iscritti, con un percorso di denatalità così importante, saremo in grande difficoltà. Rischiamo di trovarci università spopolate, in un paese che ha giovani sempre meno qualificati e sempre più intenzionati ad un percorso verso l’estero. La perdita delle competenze sarebbe insostenibile per il paese.

Questo ci riporta al tema dell’inclusione, c’è una ragione se il numero di studenti universitari italiani è così basso; non possiamo solo attribuire le colpe alle scelte sbagliate dei giovani, ci deve essere un qualche sistema percettivo che porta a considerare la formazione universitaria come un sistema non per tutti. Per contrasto ci deve essere più orientamento per far capire la validità del percorso, poi gli studenti devono trovare quello che noi gli abbiamo promesso: un ambiente capace di valorizzare le diverse caratteristiche individuali, di compensare i limiti, senza escludere coloro che hanno uno svantaggio sociale di partenza o provengono da percorsi formativi difficili, accogliendo anche quelli a basso reddito, assumendo una definizione di studente capace e meritevole anche più ampia di quella in vigore. La distinzione tra capaci e meritevoli rimanda, infatti, sia alla capacità performativa, sia alla dimensione dell'accoglienza dei meritevoli. 

In che misura, a suo avviso, la Quarta Missione introduce dimensioni realmente innovative nel governo dell’Università? E quanto, invece, si ricollega alla tradizione e allo storico mandato degli atenei? È possibile ravvisare differenze significative con il panorama estero?

 

Continuo a credere che il nostro sistema accademico pubblico e universalistico sia un panorama ancora piuttosto aperto rispetto ad altri contesti occidentali. Le università italiane non hanno da invidiare in termini di inclusività, a partire dalle tasse di iscrizione. Conosciamo i ranking delle università: se li mettiamo in relazione ai costi vediamo come il nostro è un panorama accessibile, ma, se li confrontiamo con gli atenei internazionali, le istituzioni accademiche straniere offrono numerosissime facilities.

Sapienza sta lavorando su più fronti per garantire servizi integrativi (Sapienza Sport, Centro Linguistico di Ateneo, Sapienza Salute, ecc), altri li abbiamo in cantiere (Mentorship, tutorship, ecc), Su questo all'estero c'è maggiore expertise, è uno degli elementi innovativi.

Nelle università italiane si sta cercando di andare al di là dei soli apprendimenti delle discipline, provando a creare un sistema di servizi alle comunità accademiche. Ritengo, però, che su questi aspetti ci sia ancora da fare, sia a livello di Università, sia a livello di sistema, quindi con l’Azione della Crui e del Ministero dell’Università e della Ricerca.

Quali stakeholder principali sono coinvolti nella Terza (e Quarta) Missione? E che ruolo hanno gli studenti?

 

Il piano su cui abbiamo costruito le azioni necessarie per l’inclusione è stato il Comitato tecnico-scientifico “Diversità e principi dell’inclusione”, di cui sono stato coordinatore, dove è forte e presente la rappresentanza degli studenti. Nel mio ruolo, parte integrante è ascoltare costantemente le esigenze che i rappresentanti degli studenti negli organi centrali hanno da esprimere. Capita spesso che le indicazioni della comunità studentesca non facciano riferimento a difficoltà generali, che possono comunque capitare, quanto invece a specifiche disuguaglianze che singoli studenti sono chiamati a subire: parliamo per esempio del genere, o della dimensione socio-economica, del background migratorio, del credo religioso, dell’identità di genere. 

Quali iniziative e attività di public engagement sono maggiormente valorizzate nella promozione della conoscenza e dello sviluppo sostenibile?

 

Dentro gli obiettivi di sviluppo sostenibile ci sono una serie di obiettivi connessi con il tema della Quarta Missione, per esempio la parità di genere (obiettivo 5), o il tema della salute e del benessere (obiettivo 3), secondo le priorità dell’Agenda 2030.

Il problema non è se l’uno sia il cappello dell’altro o viceversa, ma se il percorso verso la sostenibilità sia anche il percorso verso un mondo più equo: sono tutti elementi che hanno forti legami di interconnessione. Quello che fa Sapienza è costruire un percorso trasversale, convogliando tutta la sua comunità. 

Nell’esercizio della Terza e Quarta Missione, che ruolo spetta alla comunicazione e al coinvolgimento degli stakeholder interni/esterni? La Sapienza si è dotata di strumenti per far conoscere efficacemente all'interno e all'esterno le sue attività di Terza e Quarta Missione? Ci sono pagine web e profili social dell'università dedicati alla Terza e Quarta Missione?

 

Molte delle circostanze che portano una differenza a diventare “disuguaglianza”, nelle organizzazioni, nei sistemi educativi, ecc., sono stereotipi. Il nostro obiettivo è quindi lavorare sugli aspetti culturali, e a questo bersaglio non si punta solo promuovendo azioni, ma anche e soprattutto costruendo e una parte di questo processo passa per la comunicazione. 
In Sapienza c’è una pagina per la Terza Missione sul sito di ogni struttura dipartimentale, che rende pubbliche ed evidenti le attività; inoltre, c'è una pagina molto simile per la sostenibilità, con una homepage che abbiamo chiamato “Sapienza sostenibile”, poi una seconda pagina impostata in modo simile a quest’ultima, dal nome “Sapienza inclusiva”, che tiene conto di tutte attività di promozione della Quarta Missione (comprese le iniziative di comunicazione, come convegni o congressi), rendendo conto di una enorme massa critica di attività. Questa pagina viene gestita dall'ufficio Comunicazione, ma la responsabilità politica di quella parte è mia, insieme alla prof.ssa Nocenzi: dunque ho un ruolo attivo in questo.

 

 

 

L’effetto Anvur sull’impatto sociale delle Università

Intervista al prof. Antonio Felice Uricchio (Presidente ANVUR)

 Il Prof. Antonio Felice Uricchio, Presidente dell’ANVUR – Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, ha risposto ad alcune nostre domande sulle missioni emergenti dell’Università e, in particolare, sulle evoluzioni che hanno portato l’ANVUR ad avviare una valutazione dell’impatto sociale degli atenei. L’intervista si inserisce nel contesto di uno studio sulla missione sociale delle istituzioni accademiche in Italia e in ambito europeo, promosso dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale e recentemente presentato all’ECREA Conference 2023 di Lisbona The normative imperative: socio-political challenges of strategic and organisational communication.

La ricerca, tutt’oggi in corso, è curata dalla coordinatrice di BiblHuB, Prof.ssa Valentina Martino, insieme a Lucia D’Ambrosi, professoressa associata, e Paolo Brescia, dottorando del CoRiS.

 

Di seguito la trascrizione dell’intervista svolta il 18 maggio 2023.

 

 Prof. Uricchio, per noi è molto importante ricostruire lo stato dell’arte delle missioni dell’Università a partire dalla prospettiva ANVUR, per comprendere il punto di vista e gli obiettivi della valutazione pubblica degli atenei.

Inizio con il dire che sono in ANVUR da 3 anni, ho partecipato alla Valutazione della Qualità della Ricerca 2015-2019 (VQR3). Prima dell’esperienza in Agenzia, sono stato Rettore dell’Università di Bari, maturando un’esperienza sul campo. Dal mio osservatorio ho potuto apprezzare quell’attività sul territorio, destinata a generare valore pubblico, di cui le università oggi assumono sempre maggiore consapevolezza.

ANVUR è un'agenzia giovane, se confrontata con altre agenzie europee: di fatto è un “bambinetto” che ha poco più di dieci anni. Nella prima fase di lavoro dell’ANVUR, l'attività valutativa ha puntato alla comprensione del fenomeno; nella VQR3 finalmente la terza missione ha avuto un peso anche rispetto alla distribuzione delle risorse (5% del FFO), all’esito della valutazione. Non è stata, quindi, solo una valutazione conoscitiva, ma anche proiettata all’attribuzione della quota premiale, con effetti importanti.

Rispetto al passato la VQR3 ha subito un’evoluzione, definendo i “campi d’azione” e declinando le metodologie valutative anche alla luce dei criteri proposti dalle sedi e definiti dalle Commissioni di Esperti della Valutazione (CEV). L’attività di valutazione ha privilegiato, in particolare, tre ambiti molto rilevanti: gli obiettivi dell’Agenda 2030, l’inclusione, e l’open science.

Quello che abbiamo apprezzato è un rilevante impegno delle università, già emerso dalla scheda SUA di terza missione che aveva avviato il censimento e monitoraggio delle attività. Anche lo stimolo della quota premiale ha generato risultati ma – al di là dell'aspetto finanziario – a fare la differenza sono state consapevolezza e responsabilità. Responsabilità sociale.

D’altronde, sebbene avessimo limitato i casi studio da presentare attraverso i già citati campi d’azione, le azioni indicate sono state quantitativamente superiori. Le università hanno raccolto molti più casi studio rispetto a quelli indicati per la valutazione. Il fermento è stato davvero importante.

Siamo, inoltre, rimasti colpiti dagli esiti e, soprattutto, dalla rilevanza di alcuni campi d’azione destinati alle attività di Public Engagement (PE). L’attenzione degli atenei per tali azioni “innovative” è risultata maggiore che per attività consolidate e tradizionali, come quelle basate sul trasferimento tecnologico. Abbiamo quindi iniziato a ricondurre le attività di terza missione a due sottocategorie: quelle legate, per l’appunto, alla valorizzazione dei prodotti della ricerca, e quelle di impatto sociale, in cui la ricerca si coniuga con il territorio e genera dei risultati di valenza sociale. Per quest’ultima sottocategoria abbiamo utilizzato la dicitura “terza missione / impatto sociale”.

Abbiamo avviato anche una riflessione con il Ministero in vista della VQR4 e siamo impegnati ulteriormente in direzione di riconoscere un maggiore spazio alla quota premiale. Vedremo che indicazioni il Ministero vorrà darci in questo senso, siamo ancora all’inizio.

Rispetto al sistema Autovalutazione, Valutazione periodica, Accreditamento (AVA), invece, stiamo iniziando la valutazione delle sedi in base alle Linee Guida per il Sistema di Assicurazione della Qualità negli Atenei (AVA3). In AVA 3 abbiamo ulteriormente promosso il modello delle policy di ateneo, anche con riferimento alla terza missione.

Il modello AVA è più complesso della VQR: viene infatti presa in considerazione la governance universitaria in toto e, andando più a fondo, abbiamo voluto valutare le azioni e le strategie in tale contesto, considerando come una parte fondamentale la terza missione e l’impatto sociale.

 

Secondo lei, per il futuro, terza missione e impatto sociale andranno a convergere?

La terza missione ha ancora una valenza residuale (tutto ciò che non è ricerca e didattica), ma ha una pluralità di anime: quella del trasferimento tecnologico, con ciò che comporta, delle infrastrutture di ricerca, etc.; e poi la componente dell'impatto sociale, dove la ricerca è generativa. L’impatto è, infatti, l’insieme degli effetti che l’attività di ricerca e l’impegno produce nei contesti territoriali locali, nazionali e internazionali, considerando un ambito di riferimento non circoscritto, ma ampio. La pluralità degli ambiti di interesse può determinare una disaggregazione: si parla di terza e quarta missione, ma stiamo riflettendo anche di fronte alle nuove linee guida della VQR4 di lasciare per esempio campi liberi, di arricchire alcuni campi, di compattarne altri.

Da questo punto di vista, l’esperienza dei casi studio ci è sembrata una soluzione positiva. Avevamo altre possibilità, ma abbiamo scelto questa soluzione anche in base ad un confronto con altre università estere, abbastanza rappresentative delle esperienze che le università riescono a promuovere. I campi d’azione sono stati 10 nella prima fase. Vedremo come strutturare la terza missione e l'impatto nella VQR4.

Abbiamo proposto un modello di valutazione partecipato e condiviso, presentando i percorsi, raccogliendo sollecitazioni, idee e stimoli, perché siamo convinti che la valutazione sia un processo, basato su valori e criteri che si definiscono nel percorso di sviluppo delle diverse azioni. Abbiamo poi avviato un confronto a livello internazionale, in Europa ma anche in altri continenti, come in Sud America.

 

E la cosiddetta “quarta missione”?

La scelta di ANVUR è di parlare di terza missione e impatto sociale, non ritenendo di scomporre una terza e una quarta missione. Ma questo aspetto è ancora da chiarire, le definizioni sono controverse e non univoche.

Abbiamo declinato la definizione di terza missione non solo in termini differenziali rispetto alla didattica e alla ricerca, ma secondo alcuni criteri essenziali che anche nel glossario AVA e nella VQR abbiamo esplicitato, facendo emergere il tema dell’impatto sociale. Il concetto è stato dunque aggregato, proprio perché la restituzione delle azioni che le università sono in grado di offrire ai territori ci è sembrata non trascurabile: significa apprezzare la funzione dell’istituzione e mettere a valore la propria esperienza in funzione dei contesti. Infatti, l'impatto è l'effetto che l’attività di ricerca e universitarie in genere è in grado di produrre.

Dunque, ad oggi non compare nei nostri documenti una definizione univoca, ma in merito all' impatto sociale” abbiamo voluto che fossero le istituzioni a interpretare e valutare.

 

Quali sono elementi di continuità rispetto alle missioni tradizionali?

Certamente, l’università nella sua accezione tradizionale nasce per le missioni della didattica e della ricerca. L’università del Terzo Millennio è sempre più impegnata a dare valore a ricerca e didattica in rapporto ai territori, con la sfida civile, con il mondo delle imprese. L’università non si limita alla sua sfera di interesse, si proietta all’esterno e tesse una relazione virtuosa con il contesto; offre valore e raccoglie valore, in una relazione biunivoca, mettendo a valore la propria conoscenza e l’innovazione. Dunque, si nutre delle esperienze attraverso questa attività generativa.

Quali sono le iniziative intraprese da ANVUR per divulgare la nozione di Impatto?

Come Agenzia, siamo impegnati nella disseminazione di criteri valutativi e nel promuovere una cultura della valutazione aperta. Sono tante le iniziative che stiamo avviando negli atenei e su tutto il territorio nazionale, con eventi sulla terza missione e focus specifici. Riteniamo sfidante questo impegno. Il modello di agenzia burocratica, chiusa nei suoi indicatori, poteva al massimo funzionare nella fase di avvio dell’Agenzia. Oggi l’ANVUR è cresciuto, è molto più presente nel confronto accademico, nella società civile, perché è importante che le esperienze siano corredate da una dimensione partecipativa.

Quali sono, secondo lei, i limiti e i talenti delle Università italiane in riferimento alle missioni emergenti e al tema dell’Impatto?

I talenti sarebbe difficile enumerarli tutti: dall’analisi dei casi di studio emerge un caleidoscopio ricchissimo. Nel passaggio da VQR2 a VQR3 la consapevolezza dell’impatto dell’attività universitaria appare senza dubbio in crescita. L’esito è molto positivo, almeno a mio parere, sia nella consapevolezza che nell’apprezzamento dell’Impatto.

Tuttavia, la terza missione si deve saldare alla ricerca e alla didattica, non deve essere sganciata dal resto. È importante che venga percepita come una missione unitaria, integrata alle altre.

Credo infatti che l’università non debba perdere di vista la sua funzione formativa, di luogo in cui la ricerca si sviluppa in una dimensione olistica. Dove non c’è separazione tra missioni, ma convergenza.

 
 

 

 

 

Riscoprire l’impresa attraverso l’arte: Longo, dall’Industria alle opere di Marco Angelini

Intervista ad Ascanio Balbo di Vinadio

 

Il 22 marzo 2023 la redazione di BiblHuB Sapienza ha avuto il piacere di incontrare e intervistare in Sala Rossa Ascanio Balbo di Vinadio, nipote di Giorgio Longo – ultimo presidente della Longo S.p.A. – azienda leader per decenni nel settore della cancelleria operante fino al 1973, anno della scomparsa del suo fautore.

Dal connubio tra una storia industriale di matrice familiare e la passione per l’arte, nasce il volume LONGO. Dall’Industria alle opere di Marco Angelini (De Luca Editori d’Arte, 2023), donato alla Sapienza e già catalogato all’interno della raccolta BiblHuB, biblioteca specialistica e di ricerca dedicata alla cultura e letteratura d’impresa.

Sebbene l’intervistato non abbia mai conosciuto il nonno, Giorgio Longo, venuto a mancare quindici anni prima della sua nascita, si dichiara estremamente legato alla sua memoria e questo lo ha spinto a progettare un’iniziativa che celebrasse degnamente il proprio avo.

Tutto è cominciato nell’autunno 2021, quando il dott. Balbo ha visitato una mostra dell’artista romano Marco Angelini (laureato in Sociologia alla Sapienza) che utilizza per le sue opere oggetti in disuso. Da lì un’idea: commissionare ad Angelini un’opera da realizzare utilizzando storici materiali di cancelleria della Longo. L’impresa - nonostante l’entusiasmo - ha incontrato diverse difficoltà dato che, dell’ampia produzione della Longo, Ascanio ha ereditato soltanto pochi oggetti tra i quali un righello, qualche pastello, e un paio di gomme. È stato per lui un viaggio di scoperta caratterizzato da una fitta ricerca di oggetti Longo, essenziali – a quel punto – per la realizzazione delle opere. Oggetti che, nel corso del tempo, sono giunti da diversi fonti: web, antiche cartolerie, collezionisti privati etc…

 

In questo viaggio di riscoperta delle proprie radici industriali e familiari, Ascanio è riuscito ad entrare in contatto anche con uno stretto collaboratore del nonno, Benito Augurelli e, tramite questi, ha quindi fatto conoscenza di due ex dipendenti della Longo, Piero Tomassini e Luigi Paselli.

 

Con il trascorrere del tempo, è sorta sempre più l’esigenza di raccontare la storia dell’azienda e delle persone che ne hanno fatto la storia, in chiave emozionale e a un pubblico più vasto. Per realizzare questa volontà, l’arte è stato lo strumento privilegiato: il risultato sono state le quattordici opere contemporanee di Angelini, caratterizzate dalla cristallizzazione dei prodotti di cancelleria Longo sulle diverse tele. Il passo successivo è stato presentarle al pubblico nell’ambito di una mostra incentrata sul marchio Longo, ospitata dal Museo del Patrimonio Industriale di Bologna con il titolo A ciascuno il suo giorno – opere di Marco Angelini ispirate alla storia dell’azienda Longo.

A raccontarcela è il suo curatore, Ascanio Balbo di Vinadio, in una conversazione con la Prof.ssa Valentina Martino alla quale abbiamo avuto il piacere di partecipare.

 

Ci racconta come è nato questo progetto?

Mio nonno, che non ho mai conosciuto, era un grande industriale e la sua azienda era formata da circa 500 dipendenti. Tempo fa, parlando con persone nate prima del 1965, mi sono reso conto che avevano tutti vivissimi ricordi del marchio: dalla gomma da cancellare, alla cinghia per i libri, che all’epoca andava tanto di moda. Sentivo tutti parlare della Longo, ma ciò che io sapevo si limitava al fatto che si trattasse del padre di mia madre e proprio questa frustrazione – di non trovare nulla – mi ha spinto a continuare a cercare. La scintilla è nata dopo aver visto una mostra di Marco Angelini, artista romano, che utilizza materiali in disuso, di vario genere, per dare vita alle proprie creazioni; essendo un amante dell’arte, ho pensato fosse una bellissima idea poter creare qualcosa insieme. Quest'anno, poi, sono esattamente cinquant’anni dalla morte di mio nonno e mi è parso il momento giusto per celebrarlo e ricordarlo.

 

L’artista Angelini aveva già utilizzato materiali Longo nelle sue opere passate?

No, non ne ha mai avuto occasione prima d’ora, ha sempre utilizzato altri materiali. Nello specifico, mi aveva colpito una sua opera, in una sua mostra personale in una galleria romana, per cui aveva usato delle lamette da barba degli anni ’40. Da li ho avuto l’idea di commissionargli un’opera (poi diventate in seguito ben quattordici) realizzata interamente con i vari materiali recuperati della Longo.

Uno dei primi oggetti che gli ho fornito è stata una bottiglia in vetro ancora sigillata degli anni ‘30, contenente gomma arabica – oggi quasi completamente in disuso –ancora marchiata Leonhardi. Questo perché la storia industriale vera e propria dei Longo iniziò nel 1926 (prima, dal 1811 possedevano tipografie, stamperie e anche una cartiera), quando il mio bisnonno Domenico acquistò una vecchissima azienda tedesca di inchiostri, la Leonhardi, appunto. Ci fu prima una italianizzazione con la rimozione dell’”h” e poi, progressivamente, con l’integrazione nuovi prodotti di cancelleria, il marchio Leonardi è stato gradualmente dismesso per lasciare spazio al nuovo marchio, che prendeva il nome appunto dalla famiglia, quello che sarebbe diventato presto iconico, e dal 1954 nasce quindi la Longo SpA.

 

La grafica pop l’ha inserita l’artista o anche questa è d’archivio?

Tutto ciò che è oltre l'oggetto, è il risultato dell’intervento artistico e poliedrico di Marco Angelini.

 

Di suo nonno, invece, cosa ci racconta?

Non ho mai conosciuto mio nonno, ma so che ricopriva diverse cariche istituzionali, in particolare nel campo delle Belle Arti. È stato anche presidente dell'Associazione Francesco Francia ed era amico di grandi artisti; organizzava mostre e donava prodotti per la pittura ai giovani artisti emergenti che non riuscivano a permetterseli… Sono contento che con questo libro rimarrà una testimonianza della sua persona e del suo operato.

Per esempio, quello che generalmente oggi si conosce come Pongo – la cera plastica che utilizzano i bambini – deve il suo nome all’azienda Fila ma in realtà fu inventato precedentemente dalla Longo, con il nome Plasticrom. Lo stesso vale per la Coccoina, colla che ancora si trova in commercio: è nata successivamente alla Collamidina Longo. Giorgio Longo è stato davvero una fonte di ispirazione per varie aziende ancora esistenti. Se non ci fossero state varie vicissitudini sfortunate, sono certo che l’azienda Longo, esisterebbe ancora oggi.

Tra le varie passioni, Giorgio Longo aveva anche quella dell’editoria: tra i vari settori della Longo SpA c’era infatti anche un reparto di editoria grazie al quale, nel 1954 cominciò a pubblicare una rivista mensile dal nome Selecart, - rivista della cartolibreria e dei commerci affini. Al suo interno, anche i competitor della Longo potevano fare pubblicità dei loro prodotti, quindi era un’iniziativa molto democratica. C’erano anche interventi di giornalisti che scrivevano di attualità, cultura, delle varie problematiche politiche dell'epoca… una rivista di cultura generale, oltre che specializzata del settore cartolibrario.

 

La proprietà cambiò da familiare a non familiare? Cosa è successo?

Quando è morto mio nonno, mia nonna non volendo occuparsi dell’azienda e, avendo una figlia ancora piccola (mia madre), decise di vendere. Vennero smantellate tutte e tre le macro aziende: la principale – Longo – fu venduta a un gruppo di cartiere che fallì alcuni anni dopo, finendo in concordato preventivo. La Longo Sub fu venduta alla Mares, azienda che ancora esiste oggi. E invece la Redi (acronimo per Raccordi per l’edilizia) – di cui parlo nel libro e che si occupa di produrre raccordi in PVC – anch’essa esiste ancora oggi, ed è una leader di mercato di proprietà belga. All’epoca era di proprietà Longo. Nel libro c’è una fotografia aerea che ritrae il vecchio e il nuovo stabilimento al cui interno venivano realizzati i prodotti delle tre aziende di proprietà di Giorgio Longo.

 

A chi appartiene oggi il marchio Longo?

Il marchio esiste ancora. Da un lato sono contento perché non è decaduto; dall'altro, sono dispiaciuto perché è in disuso.

 

Secondo lei, qual è l’aspetto di questa storia che merita di essere raccontato anche ai giovani d’oggi?

Per i giovani che sono nati negli anni Duemila, tutto quello che viene rappresentato nel volume potrebbe sembrare preistoria, in realtà racconta il mondo com’era fino all’altro ieri, prima dell’avvento del digitale, avvenuto a cavallo fra gli anni ’80 e ’90. A maggior ragione mi pare interessante che possano riscoprire com’era il mondo soltanto cinquant’anni fa, quindi all’epoca dei loro genitori o nonni. Il digitale ha limitato moltissimo l’uso dei prodotti di cancelleria, si sta perdendo la manualità, in quanto oggigiorno fanno quasi tutto i computer, mentre prima era indispensabile dover utilizzare certi oggetti e certi strumenti.

Spero quindi di poter raccontare questa storia e far appassionare quanti più ragazzi possibile.

 

Nei confronti delle imprese, invece, quali sono gli aspetti di questa storia che secondo lei hanno avuto più appeal?

Dal punto di vista delle imprese, ho voluto contattare Lorenzo Sassoli de Bianchi, che ha anche scritto un bellissimo testo su mio nonno, perché ebbe modo di conoscerlo quando era molto giovane. Sassoli de Bianchi, essendo l'attuale presidente di Valsoia, è simbolo di un'industria viva e presente e funge da trait d'union tra la parte storica e quella artistica all’interno del volume. Nel volume, c’è anche il testo critico di Raffaella Salato, una bravissima critica e curatrice di Fondazione Roma. Per poi chiudere con le 14 opere di Marco Angelini. Il progetto si sviluppa quindi su due binari: artistico e storico. 

 

Dopo la mostra fatta a Bologna, sarebbe interessante trovare uno spazio a Roma…

Esatto, per ora mi sono occupato di Bologna durante quest'ultimo anno e mezzo. È stato un cerchio aperto e chiuso in modo direi quasi perfetto. La BiblHuB è tra i primi contatti del progetto su Roma e mi piacerebbe fare qualcosa qui come anche in Veneto, considerato che i Longo abitavano lì prima di trasferirsi dopo la prima guerra mondiale a Bologna. Infatti, mio nonno e il padre di mio nonno erano veneti e avevano inizialmente, come accennato poc’anzi, una tipografia, che diventò poi una stamperia e quindi una cartiera prima dell’apertura dell’industria nel 1926. Dunque, in qualche modo, c’è sempre stato un collegamento dei Longo al mondo della cancelleria.

 

Come si inserisce tutto questo nel suo percorso professionale, qual è stato l'elemento di stimolo e anche di difficoltà?

È stata la mia prima esperienza come organizzatore di una mostra e curatore di un volume: è stato tutto in divenire, a partire dalla collaborazione con Angelini. Ci siamo appassionati entrambi al progetto, alla fine, da una sono diventate quattordici opere. A quel punto, c’era la necessità di fare una mostra e il Museo del Patrimonio Industriale mi è sembrato lo spazio più adatto fin da subito; tra l’altro, alcuni oggetti della Longo rimarranno in esposizione all’interno del Museo.

Prima che si concludesse la mostra, nel febbraio 2023, ho avuto la possibilità di trovare un editore interessato a raccontare questa storia, e li è nata la collaborazione con De Luca Editori d’Arte, editori di grande esperienza. Il volume LONGO – dall’Industria alle opere di Marco Angelini racconta la storia di una famiglia, della sua industria i cui prodotti sono nei ricordi di tanti di Italiani, e di come sia stata riscoperta attraverso non solo ricostruzioni storiche, interviste, ma soprattutto attraverso l’arte, che Giorgio Longo tanto amava.

 

Per concludere, qual è il suo simbolo, la sua icona di riferimento alla quale è più affezionato in questo libro?

Alcune opere sono di mia proprietà e questa (a pp. 48-49 del volume e riprodotta di lato) è forse per me la più speciale. In realtà, all’inizio l’avevo un po’ sottovalutata perché è l'unica opera, delle quattordici, che non contiene un oggetto di produzione dell'azienda, bensì gli ex libris di Giorgio Longo. Questa, forse, è l’opera più privata di tutte e si chiama appunto Ex libris: la misura del tempo: è simbolica, proprio perché mio nonno era anche un grande appassionato di letteratura.

Le riproduzioni di quest'opera e di altri manifesti pubblicitari Longo dell’epoca, saranno donate alla Sala Rossa grazie all’interessamento del dott. Balbo. Saranno le benvenute all’interno della galleria di copie grafiche che rinviano alla cultura d’impresa, recentemente allestita per iniziativa della Biblioteca di Ricerca Sociale, Informatica e Comunicazione.

Alla Longo e al volume che la racconta abbiamo dedicato un piccolo tributo video sul canale YouTube della BiblHuB Sapienza:    https://www.youtube.com/watch?v=1WDzGYBiu_o

 

Grazie ad Ascanio Balbo di Vinadio per la testimonianza e per l’attenzione riservata alla BiblHuB Sapienza.

 

A cura di Lucia Salerno e Paola Redente

Laureande del corso di Laurea Magistrale in Organizzazione e Marketing per la Comunicazione d’Impresa - Sapienza Università di Roma.
 

salerno.1995213@studenti.uniroma1.it

redente.paola@gmail.com

 

 

 

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