QUADERNI PDT - Planning Design Technology

Double Call deadline 15 novembre 2014

call#3: Utopie. Past Present Future

L’incertezza e l’insicurezza endemiche (Prigogine, 1997) che caratterizzano la società contemporanea,  il forte individualismo, la liquefazione dei legami sociali (Bauman, 2005) e il senso di precarietà sono così interconnessi e pervasivi a livello globale da condizionare e modificare, non solo il modus vivendi dei cittadini, ma anche le finalità e il significato del ‘pensiero utopico’, che ha spinto l’uomo e la sua ragione a oltrepassare continuamente i propri limiti e le proprie certezze, nel tentativo di immaginare il possibile cambiamento dell’esistente.

Una dimensione, quella utopica, in cui è azzerata la variabile spaziale e quella temporale e il modello ideale rimane fisso e immutato nel tempo ed è, per questo, ‘perfetto’, ma è proprio questa caratteristica che costituisce, al tempo stesso, la ragione prima della fragilità delle utopie: mondi troppo perfetti e troppo remoti, non solo per aspirare a diventare reali, ma anche per servire da concreta guida dell’agire etico-politico.

Nella società contemporanea il termine Utopia sembra aver cancellato la sua accezione positiva di eutopia, di ‘buon luogo’, di orizzonte del ‘non ancora’ verso cui l’umanità deve volgere con costanza il proprio sguardo critico, progettuale e trasformativo, per accettare silenziosamente la sua dimensione più oscura e negativa di outopia, di luogo chimerico, irraggiungibile, di ‘luogo che non c’è’. Il «disagio dell’utopia» (Moneti, 2011), del pensare utopicamente, sembra delineare, dunque, un atteggiamento di disillusione  nei confronti di modelli non realizzabili.

Ma le utopie sono davvero, oggi, così fortemente inattuali o, come sostiene Yona Friedman (2003): «Credere in un’utopia ed essere contemporaneamente realisti non è una contraddizione. Un’utopia è per eccellenza realizzabile»?

Il numero propone una riflessione sulla dimensione ‘progettuale’ dell’Utopia, come percorso ideale che, partendo dall’osservazione critica della realtà esistente, consente di prefigurare modelli e scenari di trasformazione. L’idea e la possibilità del cambiamento è il principio ispiratore dell’utopia.

Robert Musil nel 1930 scriveva «Utopia ha press’a poco lo stesso significato di possibilità; il fatto che una possibilità non è una realtà vuol dire semplicemente che le circostanze alle quali essa è attualmente legata non glielo permettono, altrimenti sarebbe invece una impossibilità; se la sciogliamo dai suoi legami e lasciamo che la sviluppi, ecco che nasce l’utopia».

Call#4: Tipo o Modello. Idee, Progetti, Azioni.

Nella accezione comune Tipo e Modello sono spesso considerati sinonimi perché ci si riferisce all’etimo della parola ‘tipo’ (latino typus) come impressione visibile fatta in un oggetto, percuotendo o premendo; come l’impronta per fare altre impronte; e figurativamente come modello ‘appunto’ originario.

Nella cultura del Progetto (e in primis nella cultura Architettonica) fin dall’800 il concetto di tipo ha assunto invece una accezione specifica che lo rimanda più propriamente a quello di carattere, di natura concettuale, non oggettuale e dunque si distingue profondamente dal modello che resta invece un’esemplificazione fisica, tangibile, sia essa interpretativa del tipo o assolutamente alternativa.

Secondo G.C. Argan: “la nascita di un tipo è dunque condizionata al fatto che già esista una serie di edifici aventi fra loro un’evidente analogia formale e funzionale: in altri termini, quando un tipo si fissa nella prassi o nella tecnica architettonica esso già esiste, in una determinata condizione storica della cultura, come risposta a un insieme di esigenze ideologiche, religiose, pratiche.” (Giulio C. Argan, Progetto e destino, Il saggiatore, Milano 1965, pp.75-81)

Ciò premesso, quello che sta accadendo con evidenza nella cultura Progettuale di questo inizio secolo, una sorta di perdita di senso sia del tipo che, di conseguenza, del modello relegando il primo all’invenzione di schemi distributivi desunti solo marginalmente dal processo di formazione dei tipi così come descritto da Argan, e i secondi a interventi ‘compositivi’ derivante da linguaggi deliberatamente atipici.

La questione che il numero vuole aprire al confronto è dunque sul ruolo del Tipo e del Modello nella cultura Progettuale contemporanea.

 

I Quaderni Planning Design Technology sono un progetto editoriale che nasce all’interno dell’omonimo Dipartimento della Sapienza Università di Roma.

L’obiettivo è quello di aprire uno spazio di riflessione scientifica trasversale alle discipline della Pianificazione Urbana, Territoriale e del Paesaggio, del Design e delle Tecnologie per l’Architettura e per la Produzione.

Ogni numero affronta un tema emergente nel dibattito contemporaneo attraverso saggi di esperti, report scientifici di sperimentazioni e ricerche, riflessioni metodologiche e disciplinari.

Le tre parole chiave riportate nel titolo dei Quaderni non si riferiscono semplicemente ai tre ambiti disciplinari, ma rappresentano gli strumenti principali e trasversali della cultura del Progetto che ha come obiettivo la costruzione dello spazio antropico, sia esso alla grande scala del paesaggio fino alla piccola o micro scala degli oggetti.

Questa visione transdisciplinare trova un suo esplicito riferimento nel sottotitolo ‘scienze per l’abitare’, volutamente riportato solo nella versione in italiano, per sottolineare ulteriormente la matrice culturale da cui il progetto parte: una visione non specialistica dei saperi, sterilmente chiusi nei loro paradigmi, ma aperta al confronto ma soprattutto alle contaminazione e alle ibridazioni, di ‘rinascimentale’ memoria.

‘Scienze’, al plurale dunque, ‘per l’abitare’ inteso non semplicemente come l’azione del ‘vivere in un luogo’ (o contesto), ma l’azione e insieme il luogo/contesto che l’uomo costruisce via via intorno a se per far in modo che il suo vivere progredisca, migliori, si evolva.

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call#3: Utopias. Past Present Future

The endemic uncertainty and insecurity (Prigogine, 1997) that characterise contemporary society, strong individualism, liquefaction of the social relationships (Bauman, 2005) and the sense of precariousness are so much permeating at global level as to influence and modify, not just the modus vivendi of citizens, but even the objective and meaning of ‘utopian thought’, that have driven human beings and their reasoning to continually go beyond their limits and beliefs, seeking to imagine a possible change to that which exists.

The utopic dimension in which spatial and temporal variables are zero and the imaginary model is fixed and unchanged over the time is for this reason ‘perfect’, it is this characteristic in particular that is at the same time the primary cause of utopias fragility: a world too perfect and too distant, not just to aim for to became real, but also to act like a concrete guide of ethic-politic behaviour.

In contemporary society the word Utopia seems to be denied its positive meaning of eutopia, ‘good place’, a horizon of ‘the unpredicteble’ toward which humanity have to face with perseverance of their own critic, design and changeable perception, to silently accept its dark and negative dimension of outopia, the unreal and unreachable place, of a ‘place that doesn’t exist’. The « inconvenience of utopia» (Moneti, 2011), in utopic thinking, seems to describe, therefore, an attitude of disillusion toward unrealizable models.

Are utopias presently out of date or, like Yona Friedman (2003) states: « To believe in a Utopia and to be, at the same time, realistic, is not a contradiction. 

The true Utopias are those, which are real­iz­able. »?

This edition reflects on the ‘designing’ dimension of Utopia, like an ideal path that, starting from the critical observation of existing reality, it allows us to envisage models and scenarios of transformation. The idea and possibility of change is the inspiring principle of utopia.

Robert Musil in 1930 wrote «Utopias are much the same as the possibility; that a possibility is not a reality means nothing more then that the circumstances in which it is for the moment entangled prevent it from being realized  - otherwise it would be only an impossibility. If this possibility is disentangled from its restraints and allowed to develop, a utopia arises».

call#4: Type or Model. Ideas, Projects, Actions.

Type and Model are usually considered synonymous due to the origin of word ‘type’ (from Latin typus) where it means a visible impression that becomes an object, by pressing or hitting; like a stamp to make others stamps; and figuratively, indeed, like the original model.

In the culture of the Project (and in primis in the Architectural culture), until the XIX century, the concept of type had an accepted meaning closer to the conceptual meaning of the word, not an object, therefore greatly different from the model that remains as a complete alternative. G.C. Argan states: “the origin of type is influenced by the fact that it already exists as a series of buildings having a clear formal and functional analogy: in others words, when a type is impressed in architectural practice or technique it already it exists in a particular historic cultural condition, like an answer to a wide range of needs: ideological, religious and practical. (Giulio C. Argan, Progetto e destino, Il saggiatore, Milano 1965, pp.75-81).

Given this, what is clearly happening at the beginning of this century in the culture of the Project is a kind of loss of consciousness both of type, and consequently, of model. Type is relegated to the invention of schemes deduced only marginally by the process of the development of the types that Argan described. Models are instead referred to the ‘composition’ descended from languages deliberately atypical.

This issue wants to open a debate between the role of Type and Model in the culture of contemporary Project.

 

The Journal Planning Design Technology is an editorial project born in the homonymous Department of Sapienza University of Rome.

The aim is to open a field of scientific reflection between different disciplines: from Urban, Territorial and Landscape Planning, to Industrial Design and to the Technologies for Architecture and for Production.

Each issue collects essays from experts, reports about scientific experiments and researches, and disciplinary reflections focused on the emergent topics related to the contemporary debate.

The three key words contained in the title of the Journal not simply refer to the three disciplines, but they are the main transversal tools of the Design Culture which aims at the construction of the anthropic space, from the large scale of Landscape to the small or micro scale of the objects.

This transdisciplinary vision finds its explicit reference in the subtitle ‘scienze per l’abitare’ (science for being), deliberately reported only in Italian version, to emphasize the cultural matrix of this editorial project: not a specialist vision of different knowledge, sterilely locked in their paradigms, but an opened space for discussion, for contamination and  hybridization of different knowledge, according to a 'renaissance' approach.

'Science', in the plural, 'for being' is understood not simply as the action of 'living in a place' (or context), but both the action and the place/context that man gradually builds in order to progress, to improve, to evolve.

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