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Orme fossili e paleobiologia: la specie di Lucy era poligama?

 

Nuove orme bipedi di Hominini scoperte a Laetoli, in Tanzania, indicano la presenza di una marcata variabilità morfologica tra i nostri antenati di 3.66 milioni di anni fa e aprono nuove prospettive sullo studio del loro comportamento sociale.

 

Ricostruzione di Dawid A. Iurino

 

Lo studio, pubblicato sulla rivista eLife, è stato condotto dalla Scuola di Paleoantropologia dell’Università di Perugia, in collaborazione con ricercatori delle Università Sapienza di Roma, Firenze, Pisa e Dar es Salaam. La ricerca fa parte delle attività della missione Studio e valorizzazione di siti paleoantropologici plio-pleistocenici della Tanzania settentrionale (Olduvai e Laetoli) che ha ottenuto il riconoscimento del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (ARC-001447 - 0110739/18).

 

 

Ossa e denti fossili possono raccontarci molto su vari aspetti dell’evoluzione umana, ma le orme rappresentano un caso a sé. Le orme sono rare: possono essere impresse sul substrato, preservarsi nel tempo ed essere eventualmente scoperte milioni di anni più tardi solo grazie a circostanze di conservazione uniche e contingenti. Come un’istantanea su una scena preistorica, le tracce fossili forniscono dati sulla biomeccanica della locomozione, sulle dimensioni corporee, rivelano indizi sulla variabilità tra individui, permettendo in certi casi persino di formulare ipotesi sulla struttura sociale e sulle strategie riproduttive degli organismi estinti.

 

 

Le nuove orme sono state rinvenute a Laetoli, nella Ngorongoro Conservation Area in Tanzania, nella stessa area in cui nel 1978 la paleoantropologa Mary Leakey e il suo team di ricercatori scoprirono piste analoghe risalenti a più di 3.6 milioni di anni fa, attribuite ad Australopithecus afarensis (la stessa specie della famosa Lucy). Circondata da centinaia di impronte appartenenti a mammiferi, uccelli e persino a gocce di pioggia, la nuova pista è stata impressa da due individui bipedi, in movimento sulla stessa paleosuperficie, nello stesso intervallo di tempo, nella stessa direzione e con simile velocità dei tre individui documentati negli anni 70.

Questa nuova evidenza, associata alla precedente, permette d’immaginare un gruppo di Hominini bipedi in movimento compatto attraverso un tipico ambiente africano di savana.

Si tratta certamente di una ricostruzione molto suggestiva, ma la nuova scoperta offre dell’altro. Le orme di uno dei nuovi individui sono sorprendentemente più grandi di quelle del resto del gruppo, suggerendo che possano appartenere a un grosso maschio. Queste eccezionali dimensioni corporee lo rendono il più grande rappresentante di Australopithecus afarensis identificato finora, con una statura stimata di 1.65 metri.

L’ipotesi è che il “quintetto” di Laetoli fosse composto da un maschio, due/tre femmine e uno/due giovani. Ciò porta a smentire la classica ricostruzione della pista degli anni 70, generalmente raffigurante la “romantica passeggiata” di una coppia di Australopithecus seguiti dal loro piccolo.

 

La nuova ipotesi sulla composizione del gruppo sociale e le significative differenze di taglia tra gli individui di Laetoli portano a riconoscere Australopithecus afarensis come una specie ad alto livello di dimorfismo sessuale. A sua volta, ciò consente d’ipotizzare che questi Hominini estinti potessero avere un’organizzazione sociale e delle strategie riproduttive più simili all’attuale gorilla (scimmia antropomorfa poligama ad alto dimorfismo sessuale), piuttosto che a specie moderatamente dimorfiche come i promiscui scimpanzé e bonobo, oppure la maggior parte degli uomini moderni e, forse, di quelli estinti.

 

 

 

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